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Il sacerdote
dal cuore di bambino
Ai nostri genitori
per averci dato un santo uomo
(I fratelli di
Don Michele)
(liberamente tratto
dall'opera omonima,
per gentile concessione dei familiari)
I colori di questa pagina sono mariani, volutamente. Il regno di Dio
pure lo cerchiamo nel cielo azzurro. Diceva Giorgio Bassani: "per
capire come stanno le cose a questo mondo bisogna morire almeno una
volta".
Ebbene sapevo di dover costruire le pagine del giovane
Monsignore, l'indomani, e la notte stessa sono morto. Forse per il
desiderio intenso di capire l'essenza delle forze del bene e del male.
Ho visto l'al di là: senza nulla di circolare, tutto era quadrato,
persino le pizze e i pneumatici erano quadrati. Ricordo però
l'azzurro immenso, e l'azzurro è l'antidoto per il male, come lo è
l'aglio per i vampiri.
Era un al di là onirico, da favola, con una sola certezza: l'assenza
totale di angoscia, perché l'angoscia è umana, è di questo mondo,
viene dalla consapevolezza di essere fragilissimi mortali con la
probabile assenza salvifica; tormento esorcizzato con le reazioni più
diversificate e contrapposte, dall'annichilimento mistico alla
criminalità.
Fiumi di parole vengono spese inutilmente, le dottrine si intrigano,
fanno solo nodi all'esistenza dell'uomo. Finiamo addirittura nel non
capire che la morte degli altri appartiene a tutti noi; che ogni
disgrazia appartiene alla nostra coscienza o incoscienza, alla nostra
incapacità di amare, di vedere, di capire.
E' retorico reiterare che l'umanità si dipana simbolicamente da una sola costola, ma
la morte di questo grande sacerdote è un po' un pezzetto di morte di
tutte le persone su cui il suo sguardo dotto, copioso, intenso, quanto
fragile, romito si posava nel tentativo disperato di trasmettere tutta
l'essenza di Dio, tutta la sua misteriosa, incommensurabile Grazia.
Padre Sasso non è morto, sono morti migliaia di minuscoli pezzetti di
noi, flaccidi di iperbenessere materiale, incancreniti nell'istinto di
conservazione, nel complesso dello struzzo, intrisi nella bevanda
amara dell'indifferenza della incomprensione.
Una valanga irrefrenabile di ipocrisia sommergeva la sua coscienza di
vero prete, la sua immensa
fatica pastorale non poteva essere compresa ed apprezzata in un
contesto edonistico e pragmatico post-bellico dei più intensi, qui dove il reddito pro-capite, sperequato, beninteso, è superiore alla
media nazionale e si vantano fortune faraoniche, talvolta protette con
le unghie e coi denti, spesso incrinando rapporti familiari e
d'amicizia.
La fede assoluta di Padre Sasso non gli consentiva compromessi e
accomodamenti, quindi la benché minima inottemperanza.
Una fede tale, in un contesto sociale epocale con valori e virtù
sprofondati, con sovvertimenti umanistici radicali anche e persino
nelle persone vicine, a contatto di gomito, conduce inevitabilmente a
momenti di grande solitudine, non già più ad assenza di
gratificazione, ma ad un senso angoscioso di fallimento, un buio
tunnel di angoscia.
Ho avuto la fortuna di conoscere, sia pur fugacemente, quest'animo così nobile quanto
così tormentato. Un profondo uomo di cultura, una intelligenza
desueta, una prodigalità ed un altruismo che si riallacciava al suo
emulato Vincenzo Romano su cui compì lunghi e profondi studi.
Ma dalla lettura delle testimonianze ho ripercorso per proiezione i
miei vissuti di gioia o di tormento; dalle mie beatitudini infantili,
via via lungo tragiche circostanze, sublimazioni professionali e
profonde amarezze.
Ebbene sento d'essere morto anch'io più volte, quanti di noi sono
morti diverse volte, con la differenza che
padre Sasso ha visto in Paradiso molto di più dell'assenza di cose
circolari di pizze e
pneumatici quadrati, perché Egli si è messo di casa, in
Paradiso, per l'immensa misericordia di Dio, finalmente
gratificato e compreso, senza i mezzi termini e con nulla da nascondere,
come facciamo gli umani per pregiudizio, per provincialismo e
ignoranza medioevale.
Perché sa bene, Dio, ce lo insegna, che la vera
colpa, il vero peccato è il male perpetrato agli altri, senza
scrupoli, spesso incondizionatamente.
No sto qui a tessere il più edulcorato necrologio di circostanza a
questo nostro buon concittadino, ma sono certo che la vita di questo
dolce, impetuoso, generoso, candido personaggio rappresenta l'emblema della
nostra coscienza inferma.
Immolato quasi per disegno divino per
scuotere le nostre coscienze, per riscattarci ipocrisie, corruzioni,
cattiverie, lotte fraterne per il danaro e il potere, per la nostra indifferenza
verso tutte le
sofferenze umane. Ciechi, concentrati sui nostri infermi bisogni, sul
nostro egoismo, sul nostro egotismo, laici o religiosi che siamo,
ricchi o poveri, sani o malati.
Padre Sasso vive. La sua morte è una simbologia. La sua assenza è
l'immagine della nostra coscienza inferma, dello squallore del nostro
modo accomo- dante ed addirittura ipocrita di essere cristiani.
Luigi Mari
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Mons: Michele Sasso
Michele Sasso era
nato a Torre del Greco il 6 gennaio 1945. Ha conseguito la maturità
classica a Napoli nel 1963. Si e poi iscritto presso la Facoltà
Teologica dell’Italia Meridionale, sez. «S. Tommaso d’Aquino»,
dove ha conseguito la Licenza nel 1970. Ha studiato presso la
Biblioteca Apostolica Vaticana conseguendo nel 1974 il Diplorna in
Bibliotecomia e Bibliografia. Si era iscritto anche all’Archivio di
Stato di Napoli dove, nel 1975, ha conseguito il Diplorna in
Archivistica, Paleografia e Diplomatica.
Nel 1977 ha conseguito la Laurea in Lettere classiche presso l’Università
degli Studi di Napoli e nel 1983, quella in Filosofia, riportando
tutte e due le volte punti centodieci su centodieci. Nel 1984 ha
consegui- to a Napoli il Diploma di Abilitazione all’insegnamento
delle materie letterarie.
Dal 1982 ha pubblicato articoli su «Nuova stagione» (Settimana- le
cattolico napoletano) e sul «Notiziario» (Mensile della Comunita
ecclesiale di Torre del Greco) sulla figura e 1’opera del B.
Vincenzo Roma- no. Ha tenuto nel 1983 una Comunicazione al 1.
Congresso promosso dal Centro Studi «Beato Vincenzo Romano» su Fonti
della catechesi e della predicazione del Beato Vincenzo Romano,
stampato poi negli Atti.
Ha pubblicato nel 1984 a Frigento un libretto intitolato: Beato
Vincenzo Romano: vita e scritti, e in «Campania sacra» (15-17), Il
Beato Vincenzo Roma no e la spiritualità sacerdotale. Inoltre, ha
pubblicato un opuscolo dal titolo: Annuncio della fede e solidarietà
umana nel Beato Vincenzo Romano, Napoli 1986.
Il 19 novembre 1985 e nominato Prelato Cappellano del- la Cappella del
Tesoro di San Gennaro di Napoli. Ha conseguito la Laurea in S.
Teologia Pastorale il 18 giugno 1987 discutendo la tesi: La rnissione
pastorale del B. Vincenzo Romano nel suo contesto storico pp. 516+302,
riportando il massimo di voti e la lode. La tesi approvata sarà
pubblicata entro il 1992.
Un «rimprovero»
dal carcere
Questa lettera e stata scritta dal carcere. Da una cella di
Poggioreale e uno dei tanti giovani di don Michele a scrivere al
sacerdote poco dopo il 13 gennaio, data d’inizio del calvario del
sacerdote. Salvatore, in car- cere per espiare una colpa, avverte il
bisogno di «rimproverare» don Mi- chele per 1’inaudito gesto. La
lettera e talmente carica di spontanea uma- nita che abbiamo ritenuto
pubblicarla cosi come e stata scritta. Sempli- cemente, coi suoi
«errori».
Mapoli, 20 gennaio 1991
Carissimo Padre Michele,
sono Salvatore che vi scrivo per farvi sapere che sto bene. Caro don
Michele ho saputo da pochi giorni il suo accaduto e mi dispiace molto,
pero vorrei dirvi questo e non mi fa piacere dirvelo cioé quando mi
scriveste che dovevo ritornare nell’ovile perché il Signore va a
cerca delle pecorelle smarrite, e di non fare più sciocchezze, io vi
tengo a sapere che ho ascoltato ancora una volta il vostro consiglio
ma mentre invece ora ve lo devo dare io un consiglio: perché avete
fatto questo? Cosi date esempio al vostro gregge? io spero che con
questi miei interrogativi voi potrete capire e di cercare di non
commettere mai più cose come queste. Caro Don Michele, mi e molto
dispiaciuto e sono rimasto molto male al sape- re di questa brutta
notizia io ci soffro perché vi voglio veramente e sempre bene come
voi ne avevate voluto per me, ora con questo mio scritto vorrei che
voi vi riprenderete al più presto possibile per continuare a servire
il nostro Sig. Gesù Cristo e pregare per farci avere la forza per
sopportare queste pene dell’inferno che ci sono state afflitte. Caro
Don Michele pensate sempre ad un vostro ex alunno che vi scrive e
che vi vuole essere sempre vicino pero ora non posso perché debbo
scontare la mia pena, pero e come vi stessi sempre vicino, ascoltatemi
come io vi ho ascoltato, io non volevo scrivervi, perché mi era stato
riferito, di non farlo ma e stato più forte di me perché sono
rimasto cosi male e vorrei sapere presto che ora state bene. Ora caro
Don Michele io vi lascio con la speranza di avere una vostra risposta
e che il Dio vi perdonerà sempre perché ve lo meritate.
Salvatore |