NICOLA
ASClONE
II nome di Nicola Ascione e legato in maniera indissolubile alla festa dei
Quattro Altari. Tuttavia, oltre agli altari che diedero fama imperitura all’artista
torrese, esiste una produzione che testimonia il magistero di un pittore
attratto dalle cose semplici, dalla natura. Un artista non solo abile nel
costruire scenografie, ma capace di ”leggere” la realtà.
Le opere presenti in rassegna vogliono mettere in luce questo aspetto inedito
del maestro, offrendo un diverso punto di vista e una diversa interpretazione
dell’itinerario artistico di uno dei maggiori interpreti del- la pittura
torrese.
II rapporto fra N. Ascione e Torre del Greco non si discosta molto da quello
esistente fra due innamorati. Passione, amore e gelosia si intrecciano
indissolubilmente lungo il percorso artistico dell’uomo che ha riformato in
maniera decisiva la festa dei Quattro Altari. Nato nel 1870, don Niculino, così
come veniva chiamato dal ”suo” popolo, aveva frequentato l’Accademia di
belle Arti a Napoli, dopo essersi diplomato a Torre del Creco presso la Regia
”Scuola di incisione sul corallo, di arti decorative e industriali”. All’Accademia
frequenta il corso di pittura, abbandonando cosi il campo dell’incisione.
I maestri di questi anni sono Palizzi e Morelli. Soprattutto il primo infondera
nell’allievo l’amore verso il paesaggio, uno dei temi ricorrenti nella
produzione di Nicola Ascione. Terminati gli studi, ancora giovane, a soli 29
anni, ottiene un clamoroso successo grazie agli al- tari esposti in occasione
della festa del 1899 presso la porta di Capo Torre e l’altare ”d’a
Calavresella” di via Fontana. II pittore rivoluziona l’idea stessa di
altare; se in precedenza, infatti, era presente la cosiddetta paratura”,
costruzione architettonica fittizia (per cui si utilizzavano stoffa, cartone ’e
spilli) che serviva a rendere l’idea di profondità, con lui, la realizzazione
prospettica viene eseguita direttamente sulla superficie dell’altare.
Impresa non da poco se si considerano le dimensioni dei lavori che non di rado
superavano i 20 metri. II pittore dunque, sin dagli esordi, dimostra padronanza
di uno dei mezzi espressivi più sovente presente nelle sue opere: la
costruzione prospettica. Costruzione che il pittore, recando in se il talento
dello scenografo, allena assiduamente, trovando negli scavi di Pompei una
palestra ideale: i lunghi colonnati, le solenni e maestose costruzioni sono gli
elementi per affinare il suo talento. Le opere dei primi anni testimoniano l’evoluzione
di questo magistero che consente all’artista non solo di riprodurre fedelmente
elementi architettonici e decorativi, ma anche di penetrare nell’essenza delle
cose e di filtrare attraverso i sentimenti il rigore dei suoi impianti
prospettici.
E la gamma cromatica risente positivamente di questa evoluzione, divenendo
elemento fondamentale nella composizione estetica dell’opera. Tuttavia nel
1922, all’apice della fama, il pittore decide di lasciare la città e di
accettare la cattedra di nudo presso l’Accademia di Lucca. Durante questi anni”N.
Ascione sembra voler fare il punto della sua produzione artistica fino a quel
momento, confrontandola con lo stimolante ambiente toscano.
E in maniera diversa, in uno instancabile lavoro di aggiornamento, vengono
rinnovati prospettive e paesaggi, senza tradire tuttavia le sue origini. Ma il
richiamo della propria terra e troppo forte per poterlo ignorare.
Inevitabile quindi il ritorno a Napoli, dove si stabilisce e continua a lavorare
alacremente per la ”sua” Festa fino alla morte, avvenuta nel popoloso borgo
S. Antonio Abate nel 1957.