ANTONIO
MENNELLA
Non avrei mai creduto che un giorno mi avrebbero chiesto di
presentare alcune opere di mio padre. Per anni, da ragazzo, l’ho osservato da
lontano, chiedendomi cosa facesse, cosa avesse in mente. Non capivo, se quell’adoperarsi
fosse una consuetudine quotidiana imposta dal piacere del contatto con una
materia duttile e morbida, quasi condizione esistenziale di vivere col proprio
elemento; oppure un lungo e laborioso preliminare che seguisse un percorso
nascosto per rivelarsi poi come linea di un pensiero che si attarda ad osservare
alcuni soggetti prediletti ed a delineare i temi di una poetica.
Mi chiedevo per quale strana necessita, un uomo debba immergere le mani nella
terra, quando ci si può sottrarne con il pensiero. Perché ci si affanna a
piegare una materia informe e pesante, invece di ricorrere al gioco dell’intelletto.
In quel periodo il panorama era denso di sperimentazioni; ma lui rimaneva
assorto nella contemplazione di una materia antichissima: l’argilla. Poi ho
avuto la mia formazione di architetto, varie esperienze professionali e con la
consuetudine del lavoro e le difficoltà del mestiere, ripensando a mio padre
che lavorava la creta ho cominciato a capire alcune cose.
Per primo ho capito la fedeltà alla tecnica, come necessita di definire il
proprio segno, la propria impronta. Quando si usa uno strumento si opera una
trasformazione della materia. Quando si adopera una matita, un pennello si
tracciano dei segni. Quando si plasma l’argilla si lascia un’impronta in
modo diretto ed immediato. II pittore giapponese usa il pennello impugnandolo in
modo che le dita tocchino direttamente i crini. Imbevendolo nell’inchiostro
lascia che il liquido gli scorra tra le dita realizzando il contatto più
diretto possibile con la materia. I segni che traccia diventano impronte
lasciate dalle proprie mani.
L’impronta e il suggello, il patto tra il mondo e noi. Quindi la quotidianità
del segno e dell’impronta e l’atto costitutivo della nostra presenza nel
mondo, e la condizione indispensabile della nostra esistenza. Le sue opere tra
le due guerre erano influenzate dalla corrente italica che guardava ai classici
del Rinascimento, in cui vinceva la predilezione per il volume e la stabilita
delle figure tortemente radicate al suolo. Tutto sorgeva dalla terra, gli
alberi, i cavalli, le figure avevano una struttura piramidale col baricentro
basso.
Le membra possenti come idoli. L’impronta era rozza, ruvida corporea. Questa
euforia di grandezza verrà, nel dopoguerra, sostituita da una dimensione più
intima, più domestica, dove il soggetto non e più di dimensione pubblica ma
privata. Le donne sono quelle di casa o del vicinato.
La solidità delle membra non devono essere esagerate, sono quelle della gente
comune. L’impronta diventa più affabile ed affettuosa, gli sguardi delle
figure, meno rigidi e severi, assumono un’aria sorpresa per essere state colte
in un loro momento intimo. II periodo della rappresentazione domestica
stabilizza la sua produzione matura, dove l’opera e quasi priva di ogni
intenzione didascalica, ma vuole solo raccontare. Quando tratta temi sacri o
fantastici, i soggetti chiamati a rappresentarli sono i personaggi che popolano
il suo mondo. San Giovannino e il garzone scugnizzo, San Tarcisio e Tobiolo il
figlio giovinetto, tutti sorpresi di stare in un luogo sconosciuto ed ansiosi di
andare via al più presto, manifestano una sensazione di incertezza ed
imbarazzo. Siamo in presenza di una materia che vuole diventare sempre più
discreta ed anonima, dileguandosi a poco a poco. II tema della riduzione
graduale della corporeità, e uno dei momenti ricorrenti della modernità.
Seguendo un mio percorso professionale, sono giunto alla conclusione che molti
degli sforzi della nostra epoca erano rivolti verso la diminuzione, l’assottigliamento
e l’alleggerimento del peso. Cos’i per le sculture presentate in questa
rassegna si riscontra la volontà di ridurre la massa, la manualità, per
attribuire più importanza a quell’impronta minima, a quel gesto capace di
dare senso all’opera.
L’artificio e ridotto al minimo della ridondanza, il suono presenta il minimo
di variazioni armoniche. La materia presenta l’impronta ridotta all’essenziale
purché ne resti il significato. L’impronta diventa sempre più levigata, per
sottrarre materia fino alla scomparsa di ogni elemento superfluo. II levigare
vuole assottigliare il volume, pulirlo delle scorie, cercando di rendere la
materia più nobile. Levigando si ottiene una superficie brillante, che abbaglia
nascondendo il peso corporeo. Levigando si ottiene la scomparsa dell’impronta
manuale, astraendo la forma. Levigando si alleggerisce la forma, preparandola
all’evanescenza. Levigando si appiattisce, riportando il tutto allo stato
primitivo. Levigando si consuma l’oggetto, rendendolo senza tempo. Levigando
si cerca di lasciare solo l’impronta dell’opera per trasformare la materia
in pensiero.
Valerio Mennella
BIOGRAFIA
Nato a Torre del Greco (Na) il 3 giugno 1901, morto a
Leoparti (Na) il 19 luglio 1964.
Acuto osservatore della natura formo la sua fanciullezza e la sua prima
adolescenza in quella scuola d’arte d’incisione di cui poi, direttore, ne
resse le sorti. Da quei banchi sui quali imparo l’osservazione diretta del
bello e del vero, approfondì la tecnica dell’incisione sul corallo e sulla
conchiglia, passo all’Accademia di Belle Arti a Napoli ove contino i suoi
studi e successivamente insegno Figura e Ornato Modellato presso il Liceo
Artistico di Napoli. Le migliori e più importanti rassegna d’arte, Mostre
regionali e nazionali videro le opere di questo modesto e validissimo artista
sempre nei posti di preminenza e di onore. Vinse importanti concorsi: a Venezia
per il bassorilievo, alla Mostra internazionale D’Arte Sacra di Roma, al
Concorso d’Arte Sacra di Assisi col suo ”San narciso”, una delle più
espressive rappresentazioni del Fanciullo martire in cui la naturalezza della
figura del Santo si fonde armonicamente con la perfezione artistica dell’opera.
Nel 1937 vinse il concorso per una artistica fon- tana da erigersi al centro di
Piazza Vanvitelli in Napoli e si deve solo alle successive vicende politiche
nazionali se il suo bozzetto non fu realizzato.
1940
X Sindacale Campana, Napoli; XXII Biennale Internazionale d’Arte di
Venezia, Concorso del Ritratto e del Bassorilievo;
1941
III Mostra del Sindacato Nazionale, Milano; XI Sindacale Campana, Napoli;
1942
XXIII Biennale Internazionale d’Arte di Venezia; 1943, II Quadriennale d’Arte,
Roma;
1944
Personale, Galleria Forti, Napoli; Artisti Liberi Napoletani, Galleria Forti,
Napoli; 1945, Personale, Torre del Greco;
1948
III Quadriennale d’Arte, Roma; 1949, IX Biennale Nazionale Calabrese d’Arte,
Reggio Calabria;
1950
Mostra del Bozzetto, Napoli;
1951
Mostra Nazionale d’Arte Sacra, Assisi; VII Mostra d’Arte Sacra, Roma;
1952
IV Quadriennale d’Arte, Roma;
1953
Mostra dell’Arte nella Vita del Mezzogiorno d’Italia, Roma;
1956
Prima Rassegna delle Arti Figurative ”Micco Spadaro”, Napoli; Personale,
Torre del Creco;
1962
Terza Mostra Internazionale d’Arte Contemporanea ”Selezione Capri”, Capri;
1963
Quarta ”Selezione Capri”, Capri; 1964, I Mostra d’Arte Sacra, Leopardi.
Tra le tante critiche ci piace riportare un brano di Piero Girace alla Rai del 18/6/1 960: ”Lo scultore delle bambine ama la poesia delle piccole cose, quella poesia che cova in solitudine... anche tra la folla delle sculture delle Quadriennali e delle Biennali, le sue delicate bambine, intimidite e stupite di trovarsi in quei luoghi ”mondani” dove gli atteggiamenti teatrali e le arie solenni fanno presa sul pubblico, ed anche spesso sui critici... Che cos’e la scultura di Mennella E' una scultura realistica imparentata con quella dei secoli aurei, come il Quattrocento e il cinquecento. Nulla di veristico o di analistiaco nelle sue opere, anche quando la sua nativa vena del racconto lo sollecita. Antonio Mennella e un’artista che ”racconta” anche quando fa un ritratto, ma il suo narrare e sempre in armonia con il sentimento plastico che e caratteristico della scultura”.
Sulla sua opera hanno scritto: Carlo Barbieri, Arturo Bovi, Manlio Giarrizzo, Piero Girace, Luigi Jannelli, Ugo Ojetti.