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Brani di Luigi Mari   pag. 1 di 11

ALCUNI MESSAGGI DI LUIGI MARI TRATTI                
DAL FORUM TORREOMNIA                                     Stereoscopia

Id 1186
IL FORUM
Questi scritti, sperimentali, ci insegnano la forza del linguaggio figurato che per dire “vi voglio bene” lo traduce in “vi odio d’amore” . Una delle più belle metafore torresi: al posto di: “Mi fai piangere” si dirà: “Mi fai ridere sotto gli occhi”. Non è un popolo straordinario il nostro? A h se ogni tanto ci scambiassimo delle scazzottate, anche ideali, quanto amore scaturirebbe!
Se ci pigliassimo in giro, se ci mettessimo alla berlina, se pigliassimo per i fondelli la vita, insomma.
Ah quanto amo le mamme esasperate per il pianto perpetuo del neonato che lo alzano in alto dalla culla gridando: “Io t’accido!” e dopo un secondo se lo stringono al petto tracimanti di amore, poi, sprofondano insieme su una poltrona, la mamma lo culla con una nenia, fino a che si addormentano insieme, dolcemente. Com’è bella la vita.

Ci fa piacere che stai meglio Dottor Aniello. A Gorizia fa freddo.

Una volta per uno non fa male a nessuno. Così imparate voi medici a di far vostro il proverbio: "La sanità della gente è la malattia dei medici". Scherzo.
Ti tengo un po’ di compagnia in due fasi una brutta e una bella: Cioè REALTA’ E FAVOLA. “Carcere e malatia scanagliano i cuore ‘e ll’amici”. E’ così bello sentirsi raccontare le favole, nessun adulto, nei vapori della febbre, non ritorna un po’ bambino. Ma questa volta mi guardo bene dal dire che Ti abbraccerei e che Ti preferisco A Naomi Campbell. Ho imparato l’ultima lezione quando ho scherzato con Ciro Adrian. Piuttosto che sperare nella mia città in fatto di metafore preferirei addormentarmi e non poter sognare più. Su, assopisciti dottore, Benedette Voltaren. Un angelo pietoso l’ha inventate su commissione di Dio.
Mia nonna Severina diceva sempre: “Stai lontano dai medici, dai preti e dagli avvocati”. Con te è più facile perché, per dirla con Franco, sei un buon medico, ma mezzo prete, nel senso buono.”. L’avvocato sono io ma doppio, invece, perché sono l’ “avvocato del diavolo” e quello “delle cause perse”.

RALTA’
A Torre del Greco hanno dimenticato di inserire il linguaggio figurato nei “programmi di lettere”. L’ironia, la metafora, l’iperbole, la satira le scambiano per caramelle e cioccolattini. E se, poi, qualcuno spiega loro il significato didattico di queste forme non ci credono e dicono che sono delle trovate alternative, il Di Bella delle chemio dello scibile, allo scopo di prendere per i fondelli la gente. Perché: cogliere l’affetto, il calore umano dalla letteratura è come pretendere di pescare trote nel fiume Dragone.
In realtà non scrivono sul forum perché... non vengono pagati..., caro Aniello, caro Salvatore, ma non vogliono danaro, vogliono l’anima. I sentimenti vogliono, non per scambiarli, ma per narcotizzarli, per trasformarli da stato gassoso dell’anima a stadio solido del corpo nell’ultima fase metabolica; mortificarli come li annienta il danaro. Io non ho nemmeno, non già, i cosiddetti occhi per piangere, ma nemmeno quelli per fare i lucciconi, oramai, l’ingratitudine mi sta abbrutendo, mi denutrisce. Non è la prima volta, negli ultimi giorni che trattengo la voglia di compiere un delitto: uccidere Torreomnia, strapparla dai cieli elettronici del mondo e sciorinarla nell’oceano come ceneri funebri.
E’ inutile prendere la tua vita e la triti in un galattico atto d’amore, notte, giorno, e feste comandate, trovandoti addosso tutto il psicosomatico del saggio di Alexander, e poi qualche voce querula di pseudo-intellettuale ti arriva alle orecchie: e chiede, sporca di complicità, se vale la pena stare nel forum. Se questi dà svago, immagine e tornaconti. Infine.
Premetto subito il mio amore fraterno per Aniello, Salvatore, Ciccio, Ciro Adrian, Franco, ecc. Li escludo dal complotto.

Ma dove sono finiti gli estrosi?
Li ho trattati per "la coscia", ho parlato di Loro come si fa per i santi bambini. Ho sfoderato tutte le interiezioni del mio repertorio emotivo, ho finito tutte le lagrime della solidarietà fraterna, ho fatto in modo che tra Loro e Padre Pio, con tutto il rispetto per il Santo, la differenza consisteva solo in area geografica differente: Pietralcina e Torre del Greco. Ma incentivare e pregare non basta mai a Torre, perché c’è sempre il nostro Beato che viene venerato di più.
Niente. Spesso a Torre "la" vendiamo cara perché si infemminiamo di narcisismo. Sarebbe bene che venissero gli artisti polacchi o ucraini per insediarsi nelle scuole e negli opifici torresi per estorcere ai nostri animi, inariditi di benismo, la ostentata rispettabilità; e ciucciare dal nostro cervello la nostra vanagloria, il nostro egocentrismo. E’ la solita solfa della domanda e dell’offerta.
Vedi, Dott. Aniello, cosa significa non ascoltare le mogli.
- “Non fare dichiarazioni d’amore a destra e a manca, sono cuori induriti, non dire che sono amorevoli e che vuoi abbracciarli. Non prenderai mai il posto del Beato a Piazza S. Croce, nemmeno col mezzo busto, nemmeno solo con la testa, non vedrai, dall’aldilà, nemmeno il tuo naso aquilino appeso sotto un lampione. Diranno: chissa cosa nasconde… sotto”. Ma cosa può esserci… sotto, alla mia età?.
Erano solo moti dell’anima una trasfigurazione in sentimenti del senso dell’ospitalità laddove l’ospite passivo infantile, immaturo, sono io, cioè io accolto da loro, io che mendico con la mano tesa una parola, un sospiro per Torre nostra.
"Fate la carità, date una briciola d’amore per la mia famiglia Torreomnia, ha sete, ha fame dell’affetto dei torresi. Sono arrivato stremato nella quintessenza concentrata della modestia. Nell’esasperazione masochistica transustanziata nel nichilismo della fratellanza cristiana.
Ecco cosa ti affibbia l’imprudenza. Ecco cosa significa pensare che la tua città sia cambiata col progresso, con l’istruzione, con l’evoluzione e la maturità. Moglie aiutami, tirami dalle sabbie mobili dell’ingratitudine.
Ah Angelo Guarino, perché non ti ho creduto? Ah, Della Gatta, mi metteste in guardia! L’uomo non migliora, dentro o fuori le mura, nemmeno dopo mille inferni e diecimila purgatori.
O la borsa dell’anima o la vita del forum! Puoi spremerti come un limone fino all’ultima stilla e vomitare il cuore per offrirlo come la testa di S. Giovanni decollato. E’ il silenzio, la tua lingua estirpata la loro vittoria! E’ il tuo cervello di parole che vogliono colpire, senza un motivo logico giusto, fruttuoso, autolesionistico per la comunità torrese.
Già scrivevano poco, gli imboscati, i lavativi; adesso pretendono venti euro a parola e quando c’è la lettera maiuscola ne vogliono venticinque. Mi regalano però le virgole e i punti. I punto e virgola e i due punti me li fanno un euro alla dozzina. Devo riconoscere, comunque, la loro onestà. Questo è il massimo della loro riconoscenza. Più di questo non possono.
Se mitragli le stanze del forum, ma col silenzio può darsi che qualcuno resta. Ma se lanci bocciuoli di rosa a destra e a manca, se sorridi invece di ridere sornione e sprezzante, se saluti i passanti che non conosci (come in Miracolo a Milano) per la strada, invece di tenere gli occhi bassi come per vecchi rancori, allora sei sfottuto: sentenziato: hai un secondo scopo o vuoi farti bello sulle spalle degli altri.

FAVOLA
Margheritina, tenerella, tesoro di candore, vieni ed aspergere un po’ di innocenza in questo afrore di lontananze, di orgogli, di benismi e sedicenze nocive, in questi siti di perduti amori e di disgregazione e deterioramento che solo nella carenza del bene possono allignare. Vieni. Metterò su un piatto tutte le mie lacrime di vecchio sognatore, come un Santa Claus castigato; ma bastano le tue manine-colombe per mettere in moto la mia slitta con le renne fatta di sogni e di speranze e far librare la mia carcassa delusa verso il cielo del polo Nord. Non basta la mia espiazione di idealista-romantico per scagionarmi.
Ecco, vedi, tenerella, il settimo cielo è vicino. Le tue manine-colombe hanno asperso nell’etere paroline di rugiada che feriscono a morte i loro monitors come i dardi dell’Arcangelo Gabriele. Ma il fragore, i lampi di luce e l’acre odore di zolfo non li tange. I loro cuori sono duri come magma vesuviano solidificatosi. Dopo un attimo tutto tace e lo squallore domina la notte. Tutto tace, come un forum tradito, come un amore trafitto. Altri colpi inferti all’araba fenice morta e risorta nei secoli, altre stilettate a tradimento alla proprie origini, alla propria mamma di pietra.
Ma… ma… Aniello!. S’e addormentato il medico pargoletto. Sottile come un’astearica con lo stoppino acceso dalla febbre, gonfio di tachipirina ed antinflogistici. Deh, la figlioletta poggia la testa sul bicipite del papà e sognano, fusi, un mondo migliore, più umano e pregno d’Amore.
Il monitor in un angolo lagrima la rugiada dissolta: sono le ultime paroline, scritte dalla manine-colombe di Margherita che hanno fatto il giro del mondo, attraversando raccapriccianti glaciazioni dei cuori, poi subito vestite di sole e di speranza; ma sono ritornate deluse, sconfitte dalla boria e dalla pochezza dell’uomo, per altro caduca come mai si può immaginare, nell’attimo di vita che dura la nostra vita, nell’universo e nell’eternità.
Buona notte medico Soldatino, buona notte Alice- Margherita nel vero paese delle meraviglie: i sogni. Mai tradire i sogni. Il Grande Vecchio, stanotte, vi darà l’incentivo in Grazia, in cambio di un pugno d’amore che non avete negato al forum di Torreomnia, che già langue, e poi muore.
La nostra terra assimila solo monologhi. I dialoghi sono dardi e tridenti.
Luigi Mari

Id 2776
IL DIVANO DI SIGMUD
Signori,
è stato inserito in Torreomnia un sosprendente racconto del Doitt. Aniello Langella tratto dal sito vesuvioweb.com per gentile concessione dell'autore.
Lo trovi in "opere", in "novità", nella ricerca, oppure copia e incolla il link seguente:
http://www.torreomnia.it/testi/divano/set_fra_divano.htm
In questo sorprendente racconto del dott. Aniello Langella il vulcano, come un'ombra, su passato e futuro, vigila da lontano e tace. Impegnando tutto l'orizzonte e si perde nella cataratta della foschia morbida. Nessuno sbuffo di fumo, nessun tremore. Una sola ingombrante presenza, austera e minacciosa.
Il mono-personaggio ancora non sfora le quinte eppure il cratere e già presente.
Non è prevedibile lo zotico campano che bussa alla porta di un medico con la malattia astratta; ma è immaginabile una muliebre donzella cagionevole e gradevole alla vista.
L’evento narrativo di Aniello Langella si scuce sul timore delle eruzioni che per il vesuviano sta nel DNA come una collettiva malattia genetica, una endemìa atavica. E' stato "inoculato" attraverso i secoli. Esso è presente pure nelle persone che vivono lontano dal Vesuvio, perché il vulcano è, sì, lontano, ma il terrore di esso è dentro di noi e viene sostituito da surrogati in questo che è stata definito "il secolo della paura".
Guerre, attentati, bioterrorismo, epidemie, calamità naturali, delitti efferati: i drammi che avvengono nei quattro angoli del proprio paese o del mondo intero e le malattie debilitanti e frustranti e soprattutto quelle incurabili sono amplificati dai mass-media e portati in tutte le case tutti i giorni. Nessuno riesce a sfuggirne.
Non a Caso Aniello Langella ha scomodato Freud per titolare il suo interessante racconto pregno non già di autobiografismo reale, ambientale od esteriore, ma appunto inconscio, là dove. probabilmente, Egli stesso ne ignora la finezza dei capillari narrativi come risposta a sintomi comuni nel triangolo scrittore, attore e lettore.
L'autore possiede una sorta di potere dell'ubiquità, vivendo fisicamente nel goriziano tra le Valli dell' Isonzo e del Vipacco, pur avendo anima ed animo mai sradicati dalle zolle dure dell'atrio del Cavallo, o dalla vitrea "terra nera” seminata dal braccio idrico del bagnasciuga sul lungomare corallino.
Felice la conseguenza del dialogo interiore trasferito nel monopersonaggio. Un Aspetto culturale del Nostro medico friulo-campano sorprendente e di ottimo spessore narrativo moderno, pur non tradendo, per vocazione, i canoni classici della battuta oleografica della "terra del sole e del fuoco".
La problematica dello zotico Antonio Serpe si svolge in un’ambientazione incerta. Il problema conscio è il Vesuvio, ma potrebbe essere "in cantina", per dirla con Sigmud, lo tzunami, il terremoto, la frana e quant'altro.
Il dialogare del dottore è aulico e ricercato non solo per etica professionale, o per snobbismo ma per mettere in risalto la rozzezza del paziente a dimostrazione che la "paura" non solo non ha classi sociali, ma non ha patrie.
Il Dott. Langella ci induce a riflettere che qualsiasi paura ambientale apparentemente reale non solo condiziona l'ambiente sociale ad una sorta di precarietà e una induzione alla lotta civile nei rapporti interpersonali e sociali, ma si allarga ad estuario verso l'oceano della paura propriamente detta, cioè quella esistenziale che fa sempre capo all'idea del dolore fisico, nella fattispecie del contesto craterico campano dalla "lapidazione" tramite grossi lapilli morali, dall'asfissia di gas venefici come flatulenze demoniache degli inferi, e dall'ardenza di fuoco etico giustiziere, quasi sodoma-gomorriano.
L'autore traccia con semplice e decise pennellate narro-vesuviane l'ansia endemica ed atavica cromosomica della plaga vesuviana non disgiunta per i tessuti connettivi con la problematica grave delle società sviluppate: il senso generalizzato di insicurezza e vulnerabilità sentito in modo planetario non solo da calamità, terrorismo e malattie, ma dalla oramai altrettanto cromosomica minaccia atomica.
L'ansia del monopersonaggio Antonio Serpe de’ “Il divano di Sigmund” serve all'autore soprattutto per rivelare una giustificazione ai problemi annosi associati a quelli epocali della cintura vesuviana, ma il medico si interroga e dà ad intendere che tutto può accadere, che non ci sono più certezze o luoghi assolutamente sicuri. E anche quando la vita quotidiana si svolge a livelli di reddito e comfort elevati scatta un malessere esistenziale complesso, il timore per la sofferenza, per un pericolo futuro. E l’alterego- personaggio che di e all’autore: “Siamo sulla stessa barca” contadini e professori.
Lo scrittore, inoltre risveglia la consapevolezza che quello del Vesuvio è sicuramente un disastro annunciato.
Interessante lo sdoppiamento interlocutorio medico-paziente, forse per deformazione professionale, che fa del medico-narratore non già una creatività di prima mano, ma un sentire interiore quasi narrativamente sperimentale.
Aniello Langella sa bene che i rapporti umani vengono incrinati non già dalla forza, ma dalla debolezza. Non dal coraggio, ma dalla paura. Infatti l'unico modo per lasciare in pace gli altri è lasciare in pace se stessi. Ma la diffusione continua di notizie diventata una sorta di “malattia mediatica” o comunque un sentimento diffuso di angoscia e terrore, dovuto anche all'uso insistente delle immagini televisive, del cartaceo e sconfinatamente da Internet.
Ma l'autore-medico fa finta di ignorare e fa semplicemente dire a Serpe: "Ho paura io del Vesuvio, ha avuto paura mio padre, mio nonno". Sottolineando la storicità della paura del vulcano.
Langella narratore dice: "La consapevolezza devastante della verticalità delle paure". E sapientemente introduce la componente religiosa come toccasana, come ultima spiaggia, come almeno probabilità salvifica post-mortale.
"Dotto' sono andato anche da Don Luigi, il parroco di Cappella Bianchini". "E Don Luigi mi ha detto che ho ragione: per questo i vesuviani vivono nella precarietà, sono tutti così, imbrogliano, vendono cose andate a male, tanto domani viene la montagna".
Fare i soldi in fretta e a tutti i costi, senza esclusione di colpi e di bersaglio. Domani potrebbe essere tardi.
"Il divano di Sigmud” di Aniello Langella è un messaggio apparentemente grottesco, una farsetta scarpettiana, ma solo in superficie, perché il messaggio intrinseco non solo è attuale, ma è anche atavico per capire il caratteriale di una determinata area geografica, unica in tutto il mondo!
Perché mai nel globo sono state ricostruite dieci città sopra una polveriera esplosa centinaia di volte nei secoli, sotto la scusante di un popolo tenace, coraggioso e testardo. In realtà profondamente incosciente!
"Caro dottore - dice il Serpe - voi mi avete capito ed io ho capito voi. Siamo sulla stessa barca". "Voi avete ragione io ho paura dei Vesuviani".
E qui l'autore fa crollare il concetto di natura infame rivelando la vera morale della favola: il degrado del popolo vesuviano e la qualità della vita a ridotta a zero, al punto che lo zotico conclude con una soluzione cruenta.
"In settimana prossima vado a Mondragone e spero che il Vesuvio inghiotta tutti buoni e cattivi. Lo dicono tutti e lo dico anch'io".
La meraviglia di questo racconto è come possa essere stata descritta la confusione mentale epocale odierna in metafora tanto che in questa ultima battuta non si capisce se questo monopersonaggio sia vittima o carnefice.
”...muoiano buoni e cattivi. Lo dicono tutti e lo dico anch'io" (pur di finirla con questa maledetta ansia). Il “mors tua vita mea” come esorcismo, dare in pasto alla “belva” la propria gente corrotta e disonesta, giustificando la propria di ansia fatta di fuga e condannare quella degli altri da immolare indiscriminatamente.
Fare del male per somiglianza perché fa tendenza. Questa è una seconda chiave di lettura del racconto.
Luigi Mari

Id. 2771
POESIE ARGENZIANO
E' stata inserita in Torreomnia la prestigiosa, sia pur breve raccolta di poesie di Salvatore Argenziano, già pubblicata su vesuvioweb.com.
Entrare da "opere" o novità di Torreomnia o semplicemente copiare e incollare questo link:
http://www.torreomnia.com/testi/argenziano/poesie/set_fra_poesie.htm
Non è mia intenzione tessere una nuova apologia a Salvatore Argenziano; ma sento l'obbligo, nella poliedricità del cultrore che ben conosciamo, di cogliere l'essenza di questo inaspettato nuovo veicolo di drenaggio dei sentimenti del Nostro, conosciuto come linguista, glottologo, insomma prevalentemente studioso di vernacolo.
Solo apparentemente si colgono di primo acchito, nei versi, oggetti, strutture, pietre, natura, in una parola la materia ambientale vesuviana rappresentata dai suoi odori.
Poesia, dal greco "poieo", sta a significare il fare artistico. Questo è un modo di esprimersi del poeta, che, lasciandosi trasportare all'infinito dall'immaginazione e abbandonandosi all’incanto, fa sì che la “verità” si manifesti.
Salvatore Argenziano, intanto, non ha saputo scindere contenuto ed estetica e ha fatto di melodia fonica vernacolistica, senso olfattivo, reminiscenze, precordi e rimembranze tutto uno.
Ma il poeta espone la sua di verità. E' la condivisione più ampia possibile di queste vibrazioni dialettali che determina la valentìa dell'autore e la fortuna dei composti anche semplici ed opali come ostie del pensiero.
Ogni poeta, ogni vero poeta, è un “puro ascoltatore” e quando il suo essere “in ascolto” trova corrispondenza tra ciò che “urge” e “sussurra” dentro di lui e ciò che chiede di essere detto, allora si può dire che crea.
I versi di questa raccolta apparentemente espliciti sottintendono una scenografia di vapori diafani quali solo la fantasia e l'onirico possono trarre dall'olfatto.
Poesia da sentire, poesia da vedere. Ora poesia da fiutare per rinverdire la memoria.
Quasi una finzione, un disinganno ingenuo perpetrato dal tempo a se stesso prima che al lettore, che produce nel suo stato poetico partenopeo sensazioni come il piacere, la felicità, estremamente non già trasmissibili, ma inoculabili, come un antitodo contro le ansie quotidiane.
Salvatore è entrato in questa ottica giocoforza. La lirica reale sta nei muri, nella pece, nella salsedine, nei pollini; egli ne è la custodia mnemonica, la memoria biologica.
Un poeta rumeno contemporaneo dice: “... una poesia non ha metafore, tutta la poesia è, in se stessa, una metafora”. Argenziano sfata questo assioma. I suoi versi sono musica e ritratto lineare, di significato estremamente espliciti, ma di grande efficacia lirica.
Infatti la traduzione a fronte dei versi pur contenendo i significati tattili e fotografici rivela la didattica della chiosa, cioè discorso, o ragionamento, o comunicazione, in cui prevalgono elementi di ritmo, cadenze, ripetizioni, immagini che alterano i significati immediati delle parole e che gli conferiscono anche contenuti interiori; ma scompare il contrappunto del variegato artistico, la pasta di miele vesuviana sotto il palato dell'anima che solo l'infanzia perduta e la lingua parlata materna trasmette nel lettore come afflato lirico. Egli stesso recita:

Quando il ricordare è gradito
i sensi tutti fanno a gara
nell'esercizio della memoria.
Il più discreto è l'olfatto.
Chiudo gli occhi
ed aspiro profondamente
e ritorno dov'ero una volta.

Salvatore non ricerca né si sottopone al giogo dell'artificio, non intende dire qualcosa di elevato e di nobile, di rassicurante o di commovente o di rasserenante, di vivace, pungente, pur di fare sensazione. Nemmeno cade nella trappole della nostalgia. Nessun effetto coreografico che distrae. La funzione naturale dei suoi versi sono il riposo, la dolcezza, l'amorevolezza, il trasognamento.
Pur operando secondo i canoni odierni sotto l'assenza di metrica, non compie lo sforzo dei vistosi versi molto ritmati, molto connessi da assonanze o da omofonie, con la prevalenza di una dimensione fonica o ritmica da sensazione.

Salvatore vi contrappone una poesia senza rime, con ritmi meno insistenti, con pause ritmiche meno folte, ma soprattutto senza pathos creativo. Argenziano scrive:
Fa ampresso,
priésto.
Vintun'ora è già sunata;
sta pe fernì' a jurnata.

Se confrontiamo il Nostro con una delle poesie più famose del mondo di Quasimodo:

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.

Notiamo la magistrale naturalezza espressiva di Argenziano, con buona pace di Quasimodo, che, pur non cadendo nelle metafore esistenziali e psicologiche del grande poeta scomparso nel '68, non impone un significato metaforico chiaro, indicativo, ma vago, evanescente, al punto da miscelare sentimento ed esteriorità senza l'artificio del mestierante, senza nulla togliere al grande autore di "Ed è subito sera".
Dipende dal lettore e dal suo stato d'animo, dalla sua cultura interpretare i versi come: "un giorno che è trascorso e la serenità del riposo notturno" oppure come "Il "giorno della vita" che si avvia alla cosiddetta "discesa della china" dell'esistenza.
Mentre il significato di Quasimodo è inequivocabile, pur se magistralmente imbroccato ed universalmente riconosciuto, quello di Argenziano non ostenta tormento e culturalismo, ma comunque l'autore si rivela valido portatore di un suo particolare modo di intendere la vita e la realtà vesuviana nel tiepido crepuscolo dei ricordi, con un suo personale punto di vista, non trascurando l'ispirazione, che nel suo vernacolo corallino, si manifesta ora come domanda ora come risposta, è anche, provocazione d’amore, perché richiama il poeta fuori da se stesso.
Il temperamento di Argenziano si rivela in questi versi. La sua poesia non vuole comandare, non vuole persuadere, non vuole indurre, non vuole dimostrare. Certamente la poesia finisce con l'imporsi, anche se subisce, come qualsiasi monologare, ma riesce ad imporsi questa volta solo con l'autorità dell'istituzione letteraria che essa evoca o rivive, quella umanistica e romantica da cui Argenziano imbeve per formazione culturale degli anni 50, con l'adempimento di un rituale, di un cerimoniale che inevitabilmente si associa ad una scuola, pur senza volerlo.

'Naddora i maletiempo. Mo
m'arravoglia. Pare tanno.
Salata comm'a chianto
e nneglia sbentuliata
a rusca 'i mare nfracica
vasuli niri e petturate
e 'nfosa spercia i panni.

E qui la materia e l'olfatto sono solo un pretesto per definire con parole i moti dell'animo.

Molti sanno che Goethe vecchio affermava:
"Quando si hanno delle cose da dire si dicono in prosa; è quando non si ha nulla da dire che si scrivono poesie".
Detto da uno che ha scritto migliaia di poesie la cosa sembra incomprensibile, o quanto meno altolesionistica. Invece proprio con l'assenza di scolastica nei versi di Salvatore abbiamo una chiave per interpretare la locuzione di Goethe.
La poesia non necessariamente deve "dire", ma soprattutto anche solo trasmettere sensazioni, sentimenti, umori, ricordi, nostalgie, in ultima analisi: amore.
In altre parole si può dire che anche la poesia più apparentemente privata, autobiografica, chiama in vita una parte della coscienza collettiva, soprattutto nell'estroversione partenopea connaturata, e allude al valore non individuale del linguaggio, produce un senso comune, almeno per quelli coinvolti in tale etnia, in tale campanile, nella fattispecie vesuviani.
Argenziano propende per i componimenti di facile comprensione, limpidi, cristallini. non solo perché la poesia, per tornare ad essere fruita ed apprezzata dal lettore medio, deve essere, appunto, chiara, di facile approccio, comprensibile.
Pensiamo alla povertà dei mezzi, in fondo, di cui si serve la poesia: carta e penna sono sufficienti per realizzare un ipotetico capolavoro.
Il nostro poeta è celato nella sua immagine puerile sulla copertina de '"a Lenga turrese" coi suoi boccoli d'oro, il suo candore da comunicando. Sin d'allora Egli sa, per sua fortuna, che la poesia è una carezza, un bacio, uno sguardo, una tenerezza!, E' poesia un fiore, una goccia di rugiada, l'arcobaleno. E' poesia l'amore, quand'esso frantuma l'incomprensione, o peggio l'invidia, l'odio ed il rancore che ottenebrano la razza umana.
Umori, suoni, contatti, visioni, eventi, raccolti nel PROFUMO dell'infanzia lontana, che ha scavalcato il destino nel suo torto di farci crescere e finire.

Luigi Mari