Anno II
Luglio-settembre 2002 
n. 7-9

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Walter: il generale d’acciaio
di Luigi Intoccia

Opinioni di un militante del Servizio

E’ arduo descrivere un generale, soprattutto il nostro. Lo immaginiamo impettito, nerboruto, con sguardo arcigno, con una profonda lordosi lombare ed una cronica rigidità nucale. Quando lo vediamo arrivare, anche non conoscendolo, diciamo: quello è sicuramente uno che conta, è uno che comanda! Sì magari ha qualche piccola fisima, ma nel complesso è un buon diavolo.
E tutti lì a scattare sugli attenti, petto in fuori, sguardo diritto di fronte e silenzio tombale. Ma nel nostro panorama militare è arrivato lui, il nuovo generale, una tempra diversa, d’acciaio un po’ molle, ma abbastanza temperato.
Il nostro nuovo capo non indossa la divisa, per la verità “veste” poco, non è impettito, non procede con passo marziale, ma la truppa lo segue lo stesso. Poco nerboruto, non ha il capello gelatinato, ha un taglio molto casual, direi quasi da “volpe del deserto” sotto una tempesta di sabbia, quasi spettinatuccio, ma con un non so ché di pseudordinato.Veste con i jeans e non porta le scarpe d’ordinanza, sembra il tipico turista caprese nel mese di gennaio, cioè spesso fuori stagione, che avanza con passo molleggiato, ondeggiando come una


vela di bolina. E’ vero, non ha un passo marziale, con le spallucce un po’ alla Dustin Hoffman (nessun’allusione al film Rain Man), con la sua borsa di cammello blu plastificato e preferisce entrare sempre in sordina, così ci becca sempre in fragrante. Non ha il sigaro all’angolo della bocca, anzi non fuma, ma è attorniato da una schiera interminabile d’attendenti, che s’interscambiano a vicenda quando anche i “duracel” sono ormai esauriti.
Fuori la porta della sua stanza c’è c'è scritto primario, una parola che incute un certo timore reverenziale, ma quando entri nella stanza lui è in perenne adorazione surreale con il suo compagno di sempre: il computer. Spesso si accendono violente discussioni, perché la macchina non fa sempre quello che 

lui gli chiede, qualche volta scappano anche parole grosse, allora litiga e lo spegne. In quel preciso istante si volta verso il malcapitato di turno e afferma: “ giusto te volevo, dovevo parlarti!”. A quel punto hai una sola scappatoia: accendere la macchina infernale e farla funzionare. Ma, c’è un ma! Devi trovare sempre il modo di farle eseguire l’ordine, attribuendole sempre la colpa, perché il generale non sbaglia mai!  E allora lui si calma, il capello si riassetta, ricompare il suo sorriso degno della Gioconda e si ricomincia finalmente a vivere.
Non abbiamo un generale d’acciaio, è vero, ma ci accontentiamo del nostro, un po’ elasticizzato, “pseudoliberal”, sempre pronto ad essere al tuo fianco, qualsiasi sia la battaglia.
Ci piace e ce lo teniamo. Forse si allontana dal modello classico del capo, in compenso è un buon amico, una persona con cui puoi sempre parlare e che conosce a fondo il suo lavoro.
Il Servizio dalla sua venuta è diventato funzionale, efficiente e credo che tutti siano contenti di lavorare assieme ad uno che, pur non essendo un generale, riesce farti lavorare, senza alzare la voce, in buon’autonomia e al meglio delle proprie capacità.

CSM buono e cattivo
La decisione importante

  Un articolo dell’ultimo numero del nostro giornale ha fatto discutere particolarmente colleghi e pazienti, era intitolato: “La decisione importante”. Narra la storia di una ragazza che ha frequentato il Centro di salute mentale della sua città per alcuni anni e poi ha incominciato a partecipare alla nostra attività riabilitativa redazionale, integrandosi bene e lavorando con impegno e puntualità.
Scrive che nonostante abbia partecipato al primo CSM a varie attività quali ginnastica, disegno e ceramica non è riuscita a superare la timidezza ed il suo isolamento. Così decise di cambiare Centro e frequentare il nostro. Esprime le sue speranze di miglioramento, incoraggiata dai risultati ottenuti e manifesta la sua gratitudine mettendo in risalto come si è trovata bene presso di noi, tanto da far sembrare

che noi siamo i buoni e loro i cattivi. Il nostro bravo disegnatore intuisce questa valutazione, peraltro mai chiaramente scritta, e con una vignetta molto pregnante ed incisiva lo amplifica.
D’accordo, noi della redazione abbiamo commesso degli errori.
In primo luogo, assolutamente non pensiamo di essere “i migliori”, anzi come si vede sbagliamo e sinceramente mi dispiace che possa anche solo sembrare che teniamo ad essere i primi della classe; cerchiamo semplicemente di lavorare al meglio delle nostre capacità e soprattutto in assoluta buona fede. E poi, a mio avviso non c’è in assoluto un Centro di Salute Mentale buono o cattivo;

in esso lavorano tanti operatori, autonomi nella professionalità e coordinati negli intenti, e il loro operato può essere più o meno felice, fortunato, efficace ed efficiente, ma sicuramente è finalizzato al bene del paziente.
Personalmente stimo e rispetto molto il lavoro dei miei colleghi ai quali vanno le scuse ufficiali, per aver offuscato involontariamente il loro operato. Tutti noi lavoriamo in un campo difficile, quello della salute mentale, e sbagliare è umano. A mio avviso è proprio dall’errore che impariamo a migliorare.
Certo che se alle nostre riunioni di redazione del giovedì pomeriggio potessero partecipare anche i colleghi degli altri Centri di Salute Mentale, ai quali rinnovo il mio invito, potremmo notevolmente arricchirci e crescere nell’esperienza del nostro lavoro.