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SPECCHI ROTTI E LANTERNE MAGICHE
La tua rosa non mi basta
di Giuseppe D’Aquino
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Mettete Dino e Rina: lui poeta in cerca di
affermazione e con qualche problema anche abbastanza serio; lei
letterata di successo, inserita nei giri giusti, ed in cerca di
sensazioni forti.
Fra i due nasce l’amore, sfondo la Firenze del primo conflitto
mondiale e dintorni, e non poteva essere altrimenti. Fa bene ad entrambi
ma, alla fine…
E’ la storia (vera, e si suppone neanche tanto romanzata) di Dino
Campana e Sibilla Aleramo che ci racconta l’esordiente regista Michele
Placido con garbo e freschezza. Certo è sempre la solita solfa, il
rapporto fra arte e vita, centrale in tutto il Novecento, quasi
ossessione monotematica e discriminante ontologica della vera arte. Ma
Placido racconta una sceneggiatura efficace, e non senza qualche
invenzione formale che illumina la trama.
Il fatto è che lui, Campana (l’attore Stefano Accorsi, uno che è una
specie di Jack Nicholson italiano anni 2000, se non fa lo svitato non
rende) ha, come accennavamo, dei seri problemi psichicici. Ed alla fine,
quando Aleramo (una Laura Morante piacevolmente matura) lo mette alle
strette, deve scegliere: ed, inevitabilmente, sceglie l’arte.
Disgraziatamente quell’amore è rimasto anche l’ultimo ancoraggio
con la realtà: così, nella penultima scena, si vede Campana che fugge
da lei e dai suoi amici dentro la nebbia; e la scena finale ce lo mostra
in ospedale psichiatrico, dove resterà fino alla morte, quattordici
anni dopo… |

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Faccio, quindi
sono
La terapia
occupazionale come veicolo di riabilitazione nei pazienti sordociechi
delle comunità di Osimo e S. Biagio
di Peterpan
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La <<Lega del Filo d’Oro>> è una
benemerita Onlus che si batte per il recupero dei pazienti sordociechi.
Ha sede ad Osimo, nelle Marche, ed ha come “Testimonial” un
convintissimo e come al solito effervescente Renzo Arbore.
Anche quest’anno la <<Lega>>, come da molto tempo a questa
parte, ha sperimentato con successo la terapia occupazionale come
strumento riabilitativo.
In pratica, ha “messo a faticare” i suoi ospiti, impegnandoli in
attività di carattere manuale e pratico, |
come si diceva una volta a scuola.
E quest’operazione ha molteplici finalità: innanzi tutto i pazienti
mettono in pratica le abilità in campo motorio, cognitivo e
comportamentale che hanno acquisito; si confrontano con un compito
nuovo, trasferendovi conoscenze e capacità discriminative; socializzano
in maniera efficacemente diversa, in quanto l’interazione fra i
soggetti è motivata, sul piano comportamentale, dall’obiettivo del
prodotto finito; rafforzano l’autostima in base ai successi raggiunti
nel processo produttivo.
L’intera operazione, poi, è monitorata dagli operatori della
<<Lega>> con specifiche schede di valutazioni e test, così
da poter verificare i progressi raggiunti nel tempo.
In diversi casi, l’esperimento ha dato risultati così soddisfacenti
da permettere l’inserimento lavorativo di alcuni pazienti per poche
ore al giorno in delle fabbriche della zona.
Il tutto ancora più notevole nel momento in cui nel Paese tira un vento
ideologico di restaurazione, di compressione per gli spazi di
condivisione e partecipazione per le persone sofferenti di seri problemi
di salute.
L’esempio della <<Lega del Filo d’Oro>> è quindi da
additare e da imitare per tutti coloro che vivono il disagio, un vero e
proprio “esperimento pilota”. Ed anzi, io la butto lì quasi a mo’
di provocazione: e se questo Giornale diventasse la <<terapia
occupazionale>> dei pazienti dell’ASL Napoli 5 ? |
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