Anno II
Luglio-settembre 2002 
n. 7-9

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SPECCHI ROTTI E LANTERNE MAGICHE
La tua rosa non mi basta

di Giuseppe D’Aquino

Mettete Dino e Rina: lui poeta in cerca di affermazione e con qualche problema anche abbastanza serio; lei letterata di successo, inserita nei giri giusti, ed in cerca di sensazioni forti.
Fra i due nasce l’amore, sfondo la Firenze del primo conflitto mondiale e dintorni, e non poteva essere altrimenti. Fa bene ad entrambi ma, alla fine…
E’ la storia (vera, e si suppone neanche tanto romanzata) di Dino Campana e Sibilla Aleramo che ci racconta l’esordiente regista Michele Placido con garbo e freschezza. Certo è sempre la solita solfa, il rapporto fra arte e vita, centrale in tutto il Novecento, quasi ossessione monotematica e discriminante ontologica della vera arte. Ma Placido racconta una sceneggiatura efficace, e non senza qualche invenzione formale che illumina la trama.
Il fatto è che lui, Campana (l’attore Stefano Accorsi, uno che è una specie di Jack Nicholson italiano anni 2000, se non fa lo svitato non rende) ha, come accennavamo, dei seri problemi psichicici. Ed alla fine, quando Aleramo (una Laura Morante piacevolmente matura) lo mette alle strette, deve scegliere: ed, inevitabilmente, sceglie l’arte.
Disgraziatamente quell’amore è rimasto anche l’ultimo ancoraggio con la realtà: così, nella penultima scena, si vede Campana che fugge da lei e dai suoi amici dentro la nebbia; e la scena finale ce lo mostra in ospedale psichiatrico, dove resterà fino alla morte, quattordici anni dopo…

Faccio, quindi sono
La terapia occupazionale come veicolo di riabilitazione nei pazienti sordociechi
delle comunità di Osimo e S. Biagio

di Peterpan

La <<Lega del Filo d’Oro>> è una benemerita Onlus che si batte per il recupero dei pazienti sordociechi. Ha sede ad Osimo, nelle Marche, ed ha come “Testimonial” un convintissimo e come al solito effervescente Renzo Arbore.
Anche quest’anno la <<Lega>>, come da molto tempo a questa parte, ha sperimentato con successo la terapia occupazionale come strumento riabilitativo.
In pratica, ha “messo a faticare” i suoi ospiti, impegnandoli in attività di carattere manuale e pratico,

come si diceva una volta a scuola.
E quest’operazione ha molteplici finalità: innanzi tutto i pazienti mettono in pratica le abilità in campo motorio, cognitivo e comportamentale che hanno acquisito; si confrontano con un compito nuovo, trasferendovi conoscenze e capacità discriminative; socializzano in maniera efficacemente diversa, in quanto l’interazione fra i soggetti è motivata, sul piano comportamentale, dall’obiettivo del prodotto finito; rafforzano l’autostima in base ai successi raggiunti nel processo produttivo.
L’intera operazione, poi, è monitorata dagli operatori della <<Lega>> con specifiche schede di valutazioni e test, così da poter verificare i progressi raggiunti nel tempo.
In diversi casi, l’esperimento ha dato risultati così soddisfacenti da permettere l’inserimento lavorativo di alcuni pazienti per poche ore al giorno in delle fabbriche della zona.
Il tutto ancora più notevole nel momento in cui nel Paese tira un vento ideologico di restaurazione, di compressione per gli spazi di condivisione e partecipazione per le persone sofferenti di seri problemi di salute.
L’esempio della <<Lega del Filo d’Oro>> è quindi da additare e da imitare per tutti coloro che vivono il disagio, un vero e proprio “esperimento pilota”. Ed anzi, io la butto lì quasi a mo’ di provocazione: e se questo Giornale diventasse la <<terapia occupazionale>> dei pazienti dell’ASL Napoli 5 ?