Tratto dal N. 6-7 2003 - Ediz. cartacea di pag 16, per gentile concessione del Dirett. editoriale Maurilio Tavormina  

Direttore responsabile: Walter Di Munzio

Distribuzione gratuita

 Direttore editoriale: Maurilio Tavormina

N. 6-7

La sequestra, la custodisce in una cella, circondata da vetri spessi, chiusa ermeticamente, che può essere aperta solo dal carnefice, ma questo non avviene mai, se non attraverso un meccanismo a distanza. Ogni tanto dal soffitto viene giù dell’acqua, cosa che manda in panico la vittima, poi cessa, dando alla sua cavia una temporanea sensazione di sollievo. Lo pseudo esperimento si svolge in posto isolato, la cella e di pochi metri quadri e nell’arco di 48 ore, segue I’uccisione automatica della vittima per annegamento. Dopo il sacrificio umano, il tragico rituale del folle prevede il candeggio del cadavere, che e cosi reso marmoreo, segno per lui di purificazione, e I’accoppiamento con esso, attraverso un complicato meccanismo: si imbriglia con delle catene, applicate al corpo per mezzo di ganci, conficcati nella sua stessa carne, che lo tengono sospeso e gli consentono di alzarsi ed abbassarsi sul cadavere. La polizia indagando sulla misteriosa scomparsa della ragazza, collegata ad altre precedenti, riesce ad individuare il carnefice. Costui piomba in uno stato catatonico e gli agenti non possono interrogarlo per sapere dove e segregata la ragazza. La tensione aumenta e se non si interviene in tempo si compirà automaticamente un altro sacrificio umano. La ”cavia”, intanto, sta esibendo in poco tempo tutti i comportamenti tipidi di un internamento coatto. Prima cerca una via di fuga, poi comincia a piangere, urlare, battere i pugni contro le pareti per I’impotenza e la rabbia, poi comincia a misurare con i propri passi la cella, sguardo vuoto, corpo curvo, come per sopraggiunta rassegnazione. II fatto che ogni tanto si azioni automaticamente la sommersione d’acqua della cella, riattiva nella cavia umana ora la reazione rabbiosa, ora quella rassegnata, anche perché il corpo, snervato dalle continue tensioni, e sempre più debole.
 

L’unico modo per salvarla e I’intervento della donna che esplora le menti, che insinuandosi nella mente del folle potrebbe scoprire dove e tenuta la prigioniera in tempo utile per salvarla. Questa volta la viaggiatrice non deve esplorare la mente di un bambino, ma quella di un criminale capace di ogni efferatezza. Impavida si butta a capo- fitto in questo mostruoso mondo onirico e incontra un bambino impaurito che subisce ripetute violenze dal padre. La donna vuole prendersi cura di lui, ma e sopraffatta dalI’uomo che la irretisce e la rende incapace di azione. II rischio e enorme: la donna potrebbe rimanere invischiata in quella dimensione e non uscirne mai più. Un bravo detective capisce quel che sta accadendo e si insinua anche lui nella mente dell’uomo con il doppio fine di salvare la viaggiatrice dell’inconscio e di scoprire dove e tenuta la prigioniera. Riuscirà nei suoi intenti, ma la donna contro il parere di tutti si ritufferà in quel terribile mondo onirico per distruggere la fonte di tanta violenza. Questa seconda storia e un po’ meno interessante e più pericolosa per gli spunti che suggerisce: il pazzo che uccide e uno stereotipo fin troppo presente nell’immaginario sociale per essere ulteriormente rafforzato.


Fanciulle tahitiane con fiori di mango (em 94 x 72,2) - New York, Metropolitan Museum (colL W. C. Osborn), Paul Gauguin, 1899. In queste ”offerenti” la verità naturale si unisce ad un significato simbolico: la candida immagine dell’incolpevole bellezza delle due donne diventa la raffigurazione di una vitalità primordiale, pura e felice, che rasserena lo spirito dello spettatore. I volti solari e fieri suscitano note di pacata serenità; sembra che il tempo si sia fermato e l’ansia sia lontana anni luce.

Il mondo della follia

a cinema e in televisione

The Cell

Una donna, forse psichiatra, lavora in una clinica in cui si effettuano insoliti esperimenti: curare le persone, soprattutto bambini, affetti da disagio psichico, introducendosi letteralmente nelle loro menti, esplorandole al fine di trovare il ”guasto”, I’elemento dolente rispetto al quale il soggetto si e fermato. La soluzione e ancora quella prospettata nei vecchi films hollywoodiani degli anni ’50-’60: trovare il tassello mancante nella memoria del paziente o rimuovere il blocco patogeno vuol dire guarire. Questa volta pero I’operazione di scavo e ricomposizione, inserita in una cornice fantascientifica, non sortisce effetti positivi. II fascino onirico di ”The cell” si avvale di una bellissima fotografia e di paesaggi plastici, quasi pubblicitari, seduce lo spettato- re e lo conduce nei meandri della mente di un bambino affetto da disturbo della comunicazione e della relazione con I’esterno. In uno spazio enorme, desertico, c’e un bambino un po’ ”magico”, seduto. Arriva la signora buona, che vuole giocare con lui con un piccolo aeroplano. Ma il gioco ogni volta si interrompe improvvisamente.
La temeraria e dolcissima viaggiatrice dell’inconscio ama il suo lavoro, adora in particolare quel bambino e ce la mette tutta per aiutarlo. Forse prima o poi ce la farà. Questo rapporto ci dice molto sulla relazione terapeuta-paziente, sul prendersi cura, sul ruolo di maternage che
alcune volte ha il terapeuta, sul grado d coinvolgimento emotivo, sull’esplorazione di un mondo di significato diverso e sulle reali possibilità di intervento. Parallelamente si articola un’altra storia che ricongiunge alla prima con la figura chiave della donna e della sua attivita Un uomo, schizofrenico paranoide, ha elaborato un sistema automatico ed irreversibile di distruzione lenta e crudele della vittima designata, in genere una giovane donna.