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I continui scambi tra i gruppi indiani e gli europei
stabiliti in America riportarono ancora una volta il corallo nel mercato
indigeno. Questa volta, a differenza delle sparute perle da rosario
importate dagli spagnoli nel 1600, fu l’inizio di un vero commercio che
vide coinvolte in prima persona le ditte italiane di corallo.
Durante il periodo di relazione con gli ispanici, gli Indiani avevano
sempre più apprezzato il corallo rosso mediterraneo, valutandolo quanto
le altre pietre preziose. II Generale Thomson James nel suo Three years
among the Indians and Mexicans scrive «nel giorno della celebrazione (5
febbraio 1822) a San Felipe, una cittadina indiana a 50 miglia a sud di
Santa Fe... una grande massa di persone... erano decorate con perle di
corallo di un color rosso brillante......il corallo rosso valeva cento
dollari alla libra».
Nel 1858 un rapporto delle truppe federali affermo che uno Zuni uccise una
donna Navajo e le prese una collana di corallo rosso valutata 200 dollari
e altre pietre preziose particolarmente stimate dagli Indiani, che «solo
i ricchi» potevano permettersi. Sin dalla meta ’800 il sud-ovest genero
un importante gruppo di commercianti europei-americani, che ripresero il
commercio di prodotti importati come il corallo.
Questi mercanti ebbero grande importanza per lo sviluppo dello stile
artistico degli Indiani. Scoprirono i migliori talenti artistici locali,
li incoraggiarono e promossero il commercio dei loro prodotti. In
particolare per i Navajo l’evoluzione artistica fu centrale nella
ricostruzione del proficuo rapporto con gli anglo americani e con gli
altri gruppi nativi. Dagli ultimi decenni del 1800 la ditta S.A. Frost’s
Son di New York fondata nel 1858, che importava prodotti specifici per «Indian
Traders», intrattenne assidui contatti con il genovese Raffaele Costa. Si
trovano interessantissime note che svelano le preferenze degli Indiani
verso certi tipi specifici di corallo nel carteggio oggi
conservato nell’archivio della stimata ditta torrese di Basilio Liverino.
L’archivio storico, che conserva la corrispondenza tra gli importatori
americani e il Costa, fu ottenuto dal Cavalier Liverino durante la
fortunata acquisizione dei beni che gli eredi della fabbrica genovese
misero in vendita negli anni ’60.
Questa circostanza può essere definita come un passaggio di testimone tra
la tradizione genovese della lavorazione del corallo e quella torrese. Si
legge ad esempio in data 22 aprile 1902 «...Spero mi mandiate corallo
rosso scuro che come vi ho ripetutamente scritto e quello che vogliono gli
Indiani. Quello di colore rosa va bene per il commercio con i Bianchi ma
gli Indiani comprano solo lo scuro, perciò vi prego di non mandarmi
nessuna collana 996, 786, 1013, 1063, 938, 1006 in rosa ma tutte in ricco
intenso rosso...».
Ancora a distanza d’undici anni, in data 13 maggio 1913 «...Sono
spiacente, mi avete spedito il 2/8, 3 fili n. 3360. non credo potrò
venderli perché troppo chiari per il mercato con gli Indiani e non sono
della giusta tonalità per il mercato dei Bianchi». Nel Regime Doganale
del Corallo negli Stati Uniti 1906, inviato a Raffaele Costa dalla Camera
di Commercio ed Arti di Genova in risposta ad una sua richiesta specifica,
scopriamo che il corallo prezioso importato negli USA era soggetto ad un
dazio del 10% sul valore dichiarato, e che in quegli anni vi era stato un
«risveglio dell’uso in gioielleria» e che «si spera di poter
sviluppare un’industria della lavorazione negli Stati Uniti». Inoltre
secondo le «statistiche federali l’importazione di corallo lavorato
negli anni 1904-1905 fu di circa 11.000 dollari, di cui 4000 dall’Italia...
e 3000 di corallo greggio».
II Frost non fu l’unico commerciante del vecchio West a stimolare la
creatività dei nativi americani importando corallo dall’Italia. Anche
C.G. Wallace incoraggio lo sviluppo dell’artigianato ed esercitd una
grande influenza sulla produzione dei
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