Padre Sasso     pag. 2 di 6

L’offerta della sua vita al Signore

Che dire? Ho visto un sacerdote umile e amabile. Preferisco ricordare l’amico che attirava simpatia per quel suo fare semplice e gioviale. Non sapeva dire no a chi gli chiedeva un favore, fosse pur gravoso. Insomma, un pezzo di pane che si sbriciolava per tutti. A giudicarlo dal bene che faceva, dai bisognosi che aiutava, dai milioni che spendeva per 1’oratorio del Sacro Cuore,. si sarebbe detto che Don Michele fosse un prete ricco. Niente di più falso! Quante volte ho dovuto aiutarlo, in un modo o in un altro, perché... perché, avendo dato tutto, il suo esile bilancio era ampiamente in rosso. Avaro con se stesso, generoso col prossimo. 
Quanti a Torre del Greco ricorderanno il silenzioso benefattore scomparso, il dolcissimo e sorridente Don Michele che aveva una parola buona per tutti, la mano sempre tesa alla carità. E con i poveri non faceva tante storie: dava senza umiliare e senza troppe domandare. Mi diceva: Ai poveri non si fanno processi. I giovani e gli emarginati furono i suoi prediletti. Giovane di brillante intelligenza (era Laureato in Teologia, Lettere e Filosofia), avrebbe voluto spaziare nel campo degli studi teologici, ma i suoi interessi culturali dovevano fare i conti con le esigenze del suo ministero sacerdotale. 

         
       23 giugni 1969 - La sua prima Messa

Quante volte mi diceva di voler studiare più a fondo le condizioni socio economiche di Torre del Greco ai tempi del Beato Vincenzo Romano! Quante volte mise mano a stendere appunti in materia, a trascrivere documenti raccolti in archivio per poi scrivere... ma il tempo gli fu sempre avaro. 
Confesso che qualche volta fui duro con lui. Gli dicevo: «Don Michele é inutile che ti lusinghi, tu non sei un uomo da stare a tavolino, non sei fatto per scrivere». Mi ascoltava in silenzio, non reagiva, sapendo che gli volevo bene. Avrebbe voluto conciliare lo studio con quella fitta rete di opere nella quale era irretito. Amava lo studio, ma più ancora le anime. Era 1’uomo di tutti, della povera gente più che della sua famiglia. Stava più fuori che in casa, parlava più coi giovani che coi suoi genitori, i quali soffrivano tanto per questa sua freddezza. 
Temeva che papa e mamma volessero mettere freno alle sue opere giudicate troppo eccessive. 

                     
   Col fratello Franco a Pompei il 23 agosto 1953

Ed allora si chiudeva nel silenzio della sua camera, negandosi perfino ai pasti.
Strano davvero, ma tutte le grandi anime sono apparse misteriose. Aveva la macchina, nei primi tempi un «macinino», ma la usava più per favorire gli altri. Vi caricava ragazzi, libri e tante altre cose che portava nell’oratorio. Sembrava un commesso... l’uomo delle commissioni, per amore di Dio.
Nella sua mente si agitavano, e lo tormentavano giorno e notte, i problemi degli orfani, delle vedove, della povera gente, dei tossicodipendenti. La sua breve vita va letta alla luce delle parole di S. Paolo: L’amore di Cristo ci spinge (2 Corinzi, 5,14).
Non sto mettendo D. Michele su gli altari, dico solo quello che ho visto in tanti anni che gli sono stato vicino.

Ho visto un sacerdote che, sentendosi afferrato da Cristo, preferiva il rischio al conforto della sua casa, il dialogo dell’amore alla vita tranquilla. Sembrava un tormentato, forse lo era pure, ma a tormentarlo era il contatto con la miseria umana. Più che uno speculativo, Don Michele fu un mistico che divideva il suo tempo tra la preghiera e il servizio, sedotto dal comando di Gesù: Andate...». (Matteo 28,19).
E tutta la sua vita, la sua breve vita, è stata un incontro continuo con le anime: a scuola, nell’oratorio, per strada, nelle case. E tanta sua popolarità gli toccava scontarla con impegni sempre crescenti. Avrebbe avuto bisogno di riposo, almeno in estate, ma che! Me lo tiravo a Montella nel caldo afoso di agosto. Dopo pochi giorni aveva le smanie, se ne tornava a Torre per il fine settimana, come se avesse una colpa da farsi perdonare.
Mai che si fosse dispensato dal Breviario o dal Rosario quando si sentiva stanco. Più d’una volta avrebbe potuto vantare buone ragioni, ma non cedeva.
La preghiera era la sua roccaforte, e in essa si rifugio 1’ulti- ma notte di quel sabato 12 gennaio. Di notte fu visto dai genitori passeggiare per la sua camera col Breviario in mano. Poteva dire con S. Agostino: Psalterium meum, gaudiurn rneum». Posso dire le mie impressioni? Sentendo di essere vicino alla fine, quella notte fece la sua offerta, 1’offerta della sua vita al Signore. Che cosa avrà detto nella sua anima lo ignoriamo, ma certamente avrà desiderato dare il suo sangue per la salvezza di molti. Si preparava in preghiera alla consumazione del suo sacrificio.

                            Mons. Franco Strazzullo