I presepi torresi

Testo tratto dal prestigioso sito
www.presepenapoletano.it
di Guido De Lorenzo, Giuseppe Gaeta, Umberto Grillo, Italo Sarcone

Dal sito:
www.campnet.it
seguono in calce i link di siti presepiali mondiali

La fede e la cultura del presepe napoletano del XVII secolo.
In una città, dove la costanza di applicarsi allo stesso tema, certo, non era di casa ; tra il finire del seicento e il primo ventennio dell’ottocento, si manifestò un fenomeno anomalo, un avvenimento senza altri riscontri nella storia di questo popolo. In un crescendo di espressione e qualità formale, che toccò l’apice tra il terzo e quarto ventennio del XVIII secolo, i napoletani di tutte le estrazioni sociali, allestivano presepi. E là, dove le condizioni economiche e l’impegno culturale esisteva, vennero costruiti complessi di tale interesse e pregio artistico, da essere riferiti dalle cronache del tempo, e annotati negli scritti dei viaggiatori stranieri che visitarono Napoli nel ‘700. Perché tanta perseveranza ? Perché la rappresentazione plastica di questo evento religioso, messa in opera in tutto il mondo cattolico, si radicò e fiorì per un si lungo tempo ? Iniziamo col dire che questa costanza poteva sussistere e continuare solo se la spinta, la forza scatenante era genuina, e quale stimolo se non la fede, poteva esserne il vero impulso ? La partecipazione alla nascita del Sacro Bambino era di tale intensità e così profondamente sentita che il desiderio di testimoniarne il momento metteva da parte l’ordine temporale degli eventi, ne sconvolgeva la logica, e non esitava a rappresentare " Il Mistero" nell’attualità della propria epoca, nel familiare paesaggio, tra la gente conosciuta e che si riconosceva nelle piccole figure vestite a festa, nel sogno diventato materia, nella visione globale di apparente realtà. Quale altra energia esisteva, per apportare nel presepe tanta verità ? quale potenza fiancheggiava la fede ? Analizzando attentamente il tempo e l’ambiente dove gli eventi andavano a maturarsi, è utile ricordare che cresceva nell’uomo del ‘700 una sete di conoscenza, una autonomia di pensiero, una libertà di espressione, una curiosità di indagare la natura e la personalità dei propri simili. Quindi, allo scenario rococò, condizionato dalle classi dominanti (stato, clero, e nobiltà), andava ad opporsi un segno ben diverso : il credo della borghesia. E stranamente, questa ostinazione a dissipare le tenebre, trovava a Napoli, nel fare i grandi presepi, terreno adatto alla semina Come? Certamente senza consapevolezza, inconsciamente, comunque quanto una possibile occasione di liberare la propria creatività, nel dare dimensione ad un magistero plastico teso alla rappresentazione del vero, minuziosamente descritto sia nelle vedute ispirate al reale, che in quelle di fantasia ; in complessità di paesaggi e di edifici restituiti con le loro vicende di piani, spigoli, di scorci; in una cronaca dell’ambiente resa con impeccabile verosimiglianza prospettica, allo scopo di stimolarne la spazialità. E i documenti atti ad avvalorare questa tesi esistono, sono le cronache e i manoscritti redatti nel ‘700. Sebbene di autori di diverse nazionalità, scritte nell’arco di cent’anni, con pareri ora lusinghieri ora denigratori (del presepe napoletano come genere); tutte le lettere hanno un denominatore comune: condividono il giudizio positivo di bontà, e resa ottica delle prospettive. Pareri che a rileggerli hanno un chiaro e inequivocabile riferimento diretto alle manifestazioni figurative del secolo. Il presepe risentiva fortemente il "movimento del pensiero che tende a far chiaro", e nel quadro profondamente innovativo che andava sempre più affermandosi, volgeva la sua attenzione alla natura, e alla rappresentazione del vero, partecipando a stagioni immediate e documentarie, per valorizzare le realtà attuali sentite come parti integranti di un complesso mondo spirituale, cui l’artista partecipava direttamente. E infatti, non a caso, il regista, il direttore del presepe era, quasi sempre, un borghese pittore o architetto ; comunque una personalità di cultura permeata dalla luce del secolo. Lume che, nell’ambiente napoletano, risultava opportunamente temperato da una salda coscienza storica e religiosa. L’opera presepiale, nella sua complessità, non esauriva con la crescente attenzione verso il paesaggio, con la valorizzazione del reale, e con al cronaca di attualità, il suo contributo al movimento illuminista; vi aderiva ulteriormente con il più concreto e imponente catalogo plastico dell’epoca: dai prodotti della terra e del mare nostro (proposti in cera e terracotta policromata), ai manufatti, ai gioielli, agli strumenti musicali, alle armi, ed agli attrezzi della quotidianità (riprodotti in scala, nei materiali e nelle essenze originali); tutti degni di gareggiare, per la loro sterminata e completa tipologia, con le curiosità dell’Enciclopedia di Dideròt e D’Alembert, data alle stampe dal 1751. Anche l’animalistica , resa in palpitanti modelli anatomici, spingeva la sua indagine a particolari momenti di vita e costituiva per quantità di specie e varietà di razze, una completa raccolta zoologica di animali domestici, arricchita ulteriormente da una vasta rappresentanza di bestie esotiche.

 

Albero genealogico
del Presepe

a rappresentazione presepiale nasce, canonicamente, in tempi relativamente recenti; «quella notte di Natale del 1223, S. Francesco…» C'è chi va ancora più indietro, come vedremo. Gli equilibrismi intellettuali (soprattutto quelli che mirano a dimostrare le proprie tesi) non mi sono familiari, ma cerco sempre di arrivare alla «verità». Così, per amor di cronaca, ho diviso la storia del Presepe come noi lo conosciamo, in più parti: 1) L'eredità greca e romana. 2) Il Presepe inteso come oggetto di tutta l'arte figurativa. 3) Il miracolo di S. Francesco. 4) Dal Settecento ai giorni nostri. La rappresentazione mediante statuine delle divinità trova le sue origini in epoca remota. Le grandi opere che raffiguravano gli dei, non impedirono mai all'uomo comune di farsene una propria raffigurazione, da tenere in casa. Negli Atti degli Apostoli troviamo menzione di questa usanza, tant'è che Paolo deve «fare i conti» con gli artigiani di Efeso, poiché la sua predicazione, a loro dire, impediva la vendita di statuine di argento rappresentanti Artemide (Atti 19, 24 e sgg.) Ora, di sicuro c'è che a Napoli, là dove ora trova posto la strada di S. Gregorio Armeno, è stato individuata una testimonianza, archeologicamente documentata, di un'attività artigiana, risalente al V secolo a.C., deputata alla produzione di manufatti in creta che raffiguravano divinità pagane (in particolare la dea Demetra). Pare, infatti, che sul luogo dove adesso sorge il Monastero di S. Gregorio Armeno, vi fosse un tempio dedicato a Cerere, romanizzazione, appunto, della dea greca. La «conversione» dei templi è stata pratica comune a tutte le civiltà, non esclusa quella cristiana, che ha trasformato in chiese molti di questi luoghi di culto pagani. Di questa singolare (per arte e «magia») strada napoletana, ci occuperemo dopo, in un apposito capitolo. La continuità, sempre nell'era pagana, fu assicurata dall'usanza di tenere in casa (nell'Atrium, dove era posto il focolare) altarini dedicati ai Lari, su cui si ponevano figure di creta colorate. Saltando all'VIII secolo, Napoli ospitò monaci orientali dell'Ordine di S. Basilio, «scacciati» dall'Imperatore d'Oriente Leone III, che combatteva il culto di immagini sacre. Naturalmente, fuggirono con loro anche gli artigiani che costruivano queste statue; e, neanche a dirlo, si insediarono proprio nella zona di S. Gregorio Armeno. C'è chi vuole che il nostro Presepe nasca dalla usanza pagana, di cui parlavo sopra, di tenere statuine nelle case. Una sorta di continuità, invece, la si potrebbe, forse, intravedere nelle «Campane» di vetro, od anche nelle statue di Santi, presenti in molte case delle famiglie napoletane, ma, certamente, non nel Presepe. Anzitutto i nostri Presepi raffigurano, si, il Sacro Evento, ma esso, pur costituendo l'elemento centrale della scena, non è il vero protagonista della Rappresentazione. Aggiungerò, che molti amanti del settore danno più importanza ad altre scene (ad esempio, l'Annuncio ai pastori, o il Diversorium, nelle quali non si può certamente parlare di divinità), che non alla Natività stessa.

Origini della
iconografia presepiale

La parola p r e s e p i o deriva dal latino praesepe che vuol dire mangiatoia, greppia, e trova le sue radici nel vangelo di Luca, dove si legge che, nato Gesù, Maria « reclinavit eum in praesepio ». Tutto il racconto di Luca sta alla base del presepio, onde conviene leggere.

In questo racconto troviamo riferimenti precisi alla mangiatoia, al Bambino avvolto in fasce tra Maria e Giuseppe, agli angeli osannanti, all'angelo che di notte annunziò ai pastori il grande evento, all'andata dei pastori a Betlemme. In questo vangelo, scritto da Luca tra il 65 e il 70, non troviamo però accenno all'adorazione dei Magi. Ne parla diffusamente Matteo, il cui testo originale aramaico fu pubblicato tra gli anni 40 e 50A questo punto ci chiediamo: perché sul presepio troviamo più la grotta che la stalla? Perché l'asino e il bue, dei quali non si parla nei vangeli? Donde i nomi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre taciuti da Matteo nel raccontare il viaggio dei magi? E perché la tradizione presepiale cinge di corona reale il capo dei magi? Perché, infine, Giuseppe stringe una verga fiorita? A questi interrogativi rispondono i vangeli apocrifi cioè quegli scritti dei primi secoli dell'era cristiana che, pur offrendo notizie sulla vita e dottrina di Cristo, dalla Chiesa non sono stati inclusi nel canone dei libri ispirati o perché leggendari o perché settari. Si direbbe che gli autori dei vangeli leggendari non ebbero altro fine che soddisfare la pia curiosità dei primi cristiani desiderosi di conoscere per filo e per segno la vita di Gesù e della Madonna. Le loro intenzioni non furono cattive, quasi incoraggiati dalle parole dell'evangelista Giovanni: « Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro ». E poi: « Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesú, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere » (Giovanni, XX, 30 e XXI, 25). Dunque, si sentirono quasi autorizzati a scrivere delle aggiunte ai vangeli.

I vangeli leggendari interessano per lo più la nascita, l'infanzia e la morte di Gesù. Sono: il Protovangelo di Giacomo, o semplicemente Libro di Giacomo o Storia della natività di Maria; il Transitus Mariae (tratta della morte della Madonna); la Storia di Giuseppe il falegname, un testo probabilmente del sec. IV, scritto in copto e in arabo, il cui originale era forse greco.

Lo storico delle civiltà occidentali non può trascurare i vangeli aprocrifi, ha scritto Daniel-Rops: « essi hanno, infatti, lasciato una traccia profonda nel costume e nella liturgia, nella letteratura e nell'arte ». E bisogna tenerne conto specialmente nello studio dell'iconografia presepiale perché forniscono dati per nulla disprezzabili, nel senso che elementi autentici della tradizione potrebbero essere confluiti in quei testi. L'abate Migne (1800-1875), il famoso editore della Patrologia, scrisse: « Ignorare gli Apocrifi significa rinunciare a scoprire le origini dell'arte cristiana. Essi sono le fonti dalle quali, dall'estinzione del paganesimo, gli artisti hanno attinto quella vasta gamma di simboli che il medio evo amplificherà. Il Protovangelo, l'Evangelo di Nicodemo, la Leggenda aurea e lo Speculum maius del filosofo teologo domenicano Vincenzo di Beauvais ( 1264) fornirono, infatti, ad artisti e fedeli dei secoli passati curiosi episodi sulla vita di Maria Vergine e sulla nascita ed infanzia di Gesù.

Stralcerò alcuni brani da Gli Evangeli apocrift (Massimo editore, Milano 1979, terza edizione, testi scelti e tradotti da F. Amiot) perché il lettore si renda conto dell'influenza esercitata da questi testi sull'arte cristiana antica e particolarmente sulla raffigurazione del presepe.

Via San Gregorio Armeno

Con sempre, anzi, quasi mai, il cuore di una città pulsa lì dove è il suo centro rappresentativo istituzionale, o dove si distendono le sue vie più eleganti, dal lusso fastoso e raffinato. Così, come l'anima più vera di Roma vibra non a Via del Corso o a Piazza Colonna, ma tra le romantiche rovine del monte Palatino, il cuore di Napoli pulsa non al Vomero o a Palazzo San Giacomo, bensì nella stretta via di San Gregorio Armeno, che secoli di storia resero augusta, tanto che il visitatore impreparato corre il rischio di un vero e proprio tracollo psichico, per le nuove insostenibili emozioni da cui si sente pervaso, sommerso quasi dall'addensarsi dei significati tanto storici quanto archetipici. Questa via fu già il cardine maggiore dell'antica Neapolis, congiungendo l'agorà, cioè il centro politico, civile e sociale della città, al decumano inferiore, l'arteria longitudinale ricca di vita, di movimento, di traffici. Il tracciato delle antiche strade resta immutato sotto lo stratificarsi delle memorie, sì che è dato cogliere, a chi possiede sufficiente sensibilità, lo spirare di un'anima eterna, pur nel continuo rinnovarsi delle cose.

Questa via è oggi nota al gran pubblico come "via dei presepi", o "via dei pastori", per essere il centro, oltre che della statuaria sacra in legno e cartapesta, di quell'artigianato delle figurine in creta, il cui ricordo toponomastico è conservato da una viuzza tra il decumano e il Grande Archivio, la quale porta il significativo nome di "via dei Figurari".

Ma, nella ricerca dei "pastori", delle figurine con cui popolare il tuo presepe, o passeggiero curioso, non lasciarti sfuggire i segni della memoria, i segni della leggenda e della storia, che sono i tratti distintivi dell'anima d'un popolo.                               Italo Sarcone

BUON NATALE E BUON ANNO IN TUTTE LE LINGUE:

Africano:
Gesëende Kersfees
Arabo:
Idah Saidan Wa Sanah Jadidah
Argentino:
Feliz Navidad

Brasiliano: Boas Festas e Feliz Ano Novo

Bulgaro: Tchestita Koleda; Tchestito Rojdestvo Hristovo

Catalano: Bon Nadal i un Bon Any Nou!

Cileno: Feliz Navidad

Cinese (Mandarino): Kung His Hsin Nien bing Chu Shen Tan
Cinese (Catonese): Gun Tso Sun Tan'Gung Haw Sun

Colombiano: Feliz Navidad y Próspero Año Nuevo

Croato: Sretan Bozic

Ceco: Prejeme Vam Vesele Vanoce a stastny Novy Rok

Danese: Glædelig Jul

Ebraico: Mo'adim Lesimkha. Chena tova

Finlandese: Hyvaa joulua

Francese: Joyeux Noel

Greco: Kala Christouyenna!

Hawaiiano: Mele Kalikimaka

Indonesiano: Selamat Hari Natal

Inglese: Merry Christmas

Irlandese: Nollaig Shona Dhuit

Giapponese: Shinnen omedeto. Kurisumasu Omedeto

Latino: Natale hilare et Annum Faustum!

Norvegese: God Jul, or Gledelig Jul

Polacco: Wesolych Swiat Bozego Narodzenia or Boze Narodzenie

Portoghese: Feliz Natal

Rumeno: Sarbatori vesele

Russo: Pozdrevlyayu s prazdnikom Rozhdestva is Novim Godom

Serbo: Hristos se rodiSlovakian - Sretan Bozic or Vesele vianoce
Serbo-Croato: Sretam Bozic. Vesela Nova Godina
Slovacco: Vesele Vianoce. A stastlivy Novy Rok
Sloveno: Vesele Bozicne. Screcno Novo Leto

Spagnolo: Feliz Navidad

Svedese: God Jul and (Och) Ett Gott Nytt År

Tedesco: Froehliche Weihnachten

Turco: Noeliniz Ve Yeni Yiliniz Kutlu Olsun

Ucraino: Srozhdestvom Kristovym

Ungherese: Kellemes Karacsonyi unnepeket

 

http://www.presepidelmondo.it/default.htm

http://www.deagostini.it/dea/fascicoli/Presepe/itinerario.html

http://www.amando.it/natale/leggende-di-natale-nel-mondo.htm

http://www.christmas.com/